“La Puglia è terra dove impera l’abusivismo dei rifiuti e dove è assai frequente la pratica di effettuare scavi e vendere i terreni, che poi i compratori riempiranno abusivamente di rifiuti”. Il prefetto di Bari Giuseppe Mazzitello, commissario delegato all’emergenza rifiuti per la regione Puglia, espone il sistema di gestione dei rifiuti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse. Era il 1999. Ma nella regione, presidente della giunta e commissario delegato all’emergenza rifiuti, a quel tempo era Salvatore Di Staso, l’emergenza rifiuti c’era già da due anni prima.
Uno stato di criticità durato, quindi, tredici anni e che solo adesso sembra essere un capitolo chiuso perché da maggio 2005 quando il commissariamento è stato assunto dall’attuale presidente, «Vendola, in questi cinque anni ha operato in maniera tale da poter portare alla realizzazione di tutto un piano di impianti complessi, che sono stati tutti realizzati». Sostiene l’assessore all’Ecologia alla Regione Puglia Onofrio Introna. Secondo cui «in effetti, in Puglia l’emergenza rifiuti non c’è mai stata. Abbiamo soltanto registrato qualche problema con gli Ato (Ambito territoriale ottimale) del Salento che però abbiamo affrontato con tempestività e abbiamo risolto grazie alla solidarietà degli altri Ato e in particolare dell’Ato di Brindisi e dell’Ato Bari/4 di Conversano». Ma lì dove ci sono rifiuti da smaltire, c’è pure il malaffare dello smaltimento illecito, e del traffico transfrontaliero dei rifiuti.

Un’attività che frutta alle ecomafie sette miliardi e mezzo di euro l’anno. E la Puglia è al secondo posto nella classifica dei traffici illeciti di rifiuti, in ingresso e in uscita dalla regione. Dalle operazioni svolte dalla Guardia di Finanza, si è visto che i traffici internazionali partono ed entrano dai porti di Taranto e di Bari. Plastiche, stracci, carta, batterie esauste, cascami ferrosi che vengono trasformati in India, Cina e altri Paesi dell’Est-asiatico e dopo la trasformazione rientrano in Italia sottoforma di giocattoli o altri oggetti, nocivi, certamente non sicuri soprattutto per i bambini, con marchio contraffatto UEO. Quanto a rifiuti speciali pericolosi, il Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Bari ha individuato un’ingente quantità di traversine ferroviarie in legno, dismesse dall’ILVA di Taranto e ufficialmente destinate a un’azienda di smaltimento di rifiuti speciali in Svezia come materiale recuperabile. Le traversine, trattate con creosoto, un conservante per il legno che contiene il benzo(a)pirene un idrocarburo aromatico causa di tumori e carcinomi della pelle e tumori ai polmoni, erano stoccate senza alcuna protezione di sicurezza per suolo e sottosuolo, la falda profonda, con grave rischio di contaminazione. L’aspetto giuridico dello stoccaggio e delle spedizioni transfrontaliere di rifiuti speciali pericolosi come sono state definite le traversine ferroviarie, è diventato materiale didattico descritto da esperti della Guardia di Finanza in un capitolo del manuale “Traffico transfrontaliero di rifiuti – istituti, strumenti, spunti metodologici ed operativi”, di Adda Editore realizzato nell’ambito del “PROGETTO INTERREG III A ITALIA-ALBANIA ASSE II – AMBIENTE E SANITÀ – MISURA 2.1 TUTELA E VALORIZZAZIONE AMBIENTALE: “Attivazione di uno spazio comune italo-albanese per la definizione di strumenti conoscitivi, operativi e metodologici sul fenomeno dei rifiuti, anche in relazione ai traffici illeciti transfrontalieri” S.CO.R.I.A.”
«C’è un giro di aziende, laboratori, di persone dedite proprio al declassamento dei rifiuti con la cosiddetta tecnica del giro bolla; quindi questi rifiuti vengono declassati e finiscono soprattutto verso i paesi dell’Est».

Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, mostra un dossier aggiornato sull’attività delle ecomafie. «Gran parte dei container sequestrati – dalle forze dell’ordine – contenevano parti di automobili non bonificate e non riutilizzabili, quali radiatori, pneumatici, accumulatori al piombo, esausti e pezzi di motore. E stracci impregnati di oli esausti, oltre a elettrodomestici inservibili». I rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAE) partono verso l’Estremo Oriente, Cina, India, dove viene sfruttato il lavoro minorile.
Ma dopo l’Asia, anche l’Africa si sta trasformando in una immensa discarica di prodotti elettronici. La carta è utilizzata come materiale assorbente per l’eliminazione fraudolenta di scarti di lavorazioni di prodotti chimici in forma liquida, mescolata ad altri materiali da imballaggio e poi riciclata nei Paesi di destinazione. Sono solo alcuni esempi di un’attività fraudolenta da ricercare all’origine dell’attività di smaltimento dei rifiuti. Smaltire i rifiuti clandestinamente, costa alle aziende il 70% in meno, rispetto alla via legale. Chi, invece, si occupa del traffico illecito dei rifiuti, secondo i dati dell’osservatorio sulla criminalità, precisa Tarantini, può arrivare a guadagnare fino a 25mila euro al giorno. Succede, allora, che qualcuno si presenta alla porta di un’azienda che deve smaltire grossi quantitativi e si offre di farlo a un costo notevolmente inferiore. Lo smaltimento di un container di 15 tonnellate di rifiuti pericolosi costa 60mila euro. Il mercato clandestino orientale ne chiede solo 5mila. Ma dietro ogni fonte di guadagno illecito ci sono sempre i clan di stampo mafioso-camorristico. 258, secondo il Rapporto Ecomafia 2009, relativo all’anno 2008, censito da Legambiente su dati forniti da magistratura, forze dell’ordine, Arpa, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale e CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche.
In Puglia, secondo fonti della DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, come clan dedito al traffico illecito dal 1995, emerge quello dei Gaeta, con un guadagno di 5milioni di euro. Una cosca specializzata nel ritiro dei rifiuti dalle aziende autorizzate alla raccolta, che poi andava a sversare su terreni agricoli, nelle cave e nelle grave nella provincia di Foggia, sotto la regia occulta, però, sempre dei clan camorristi campani. «Resta poi il fatto che i reati ambientali, nel codice penale non sono ancora stati inseriti» denuncia Tarantini. «È questo il problema. C’è solo il reato di traffico illecito di rifiuti… uno rischia poco e guadagna tanto. In un paio di anni si possono guadagnare anche tre, quattro milioni di euro. L’articolo 260 del codice dell’ambiente punisce l’organizzazione del traffico illecito di rifiuti con la reclusione da uno a sei anni. Se i rifiuti sono radioattivi da tre a otto anni». 9 feb 2010





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