Anche la natura e la vegetazione più rigogliosa subiscono la scure delle problematiche del nostro tempo. Sono ancora tanti e troppi gli handicap che affliggono oggi i nostri parchi, cuore verde di gran parte del territorio italiano: dalle ecomafie ai deficit di gestione ed economici. Eppure una mano all’ambiente può darla chiunque, semplicemente vivendo la realtà del parco con maggior consapevolezza e imparando a conoscere i mali che troppo spesso li affliggono.
L’Italia registra una crescita costante la percentuale di territorio protetto, pur con mille difficoltà. Attualmente parchi e riserve naturali coprono circa il 10% del nostro territorio e si sfiora il 19% se si considerano anche i 2.283 siti di importanza comunitaria (SIC) e le 589 zone di protezione speciale (ZPS). «Oggi i parchi hanno vivono spesso realtà difficili – sottolinea in una nota il WWF -, con carenze nella efficienza ed efficacia di gestione. Spesso le aree protette sono un sistema frammentato che non gioca quel ruolo di connessione con il resto del territorio che è alla base della missione stessa delle aree protette. Missione ulteriormente impoverita dalle politiche attuali – continua l’associazione ambientalista – che danno alle aree protette un ruolo più dedicato allo sviluppo di attività produttive piuttosto che agli obiettivi prioritari: la conservazione della biodiversità e lo sviluppo sostenibile». Un’interpretazione – quella diffusa dal WWF – perfettamente in linea con gli obiettivi dell’apposita legge quadro n. 394 del 1991 e che prescrive «la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali».
E, si sa, ogni regime di tutela va di pari passo con obblighi e divieti. In particolare l’articolo n.11 riporta i comportamenti banditi relativamente alla fauna (cattura, uccisione, danneggiamento, disturbo delle specie animali), alla vegetazione (raccolta e danneggiamento delle specie vegetali), e ad attività che – anche in maniera inconsapevole – possano mettere a rischio il delicato equilibrio della vita del parco: introduzione di specie estranee, vegetali o animali; apertura ed esercizio di cave, di miniere e di discariche, nonché l’asportazione di minerali; modificazione del regime delle acque; introduzione e impiego di mezzi di distruzione o di alterazione dei cicli biogeochimici; introduzione, da parte di privati, di armi, esplosivi e qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura non autorizzati; uso di fuochi all’aperto; sorvolo di velivoli non autorizzato. E tra i reati più diffusi e “figli dei giorni nostri” fanno poi la loro comparsa: abusi edilizi, bracconaggio, incendi boschivi, taglio illegale di legname, sversamenti di rifiuti.
Partendo dal fenomeno del “mattone selvaggio”, in 10 anni all’autorità Giudiziaria competente sono stati segnalati circa 85 casi di realizzazione di strutture edilizie abusive nei parchi (dati giugno 2011). Da quando è operativo il Servizio Guardiaparco tra gli abusi di tipo urbanistico-edilizio più di frequente rilevati nelle aree protette vi sono quelli previsti dal vincolo ambientale (art. 30 L. 394/91), dal vincolo paesaggistico (art. 181 D.L.vo 42/04), dal testo unico sull’edilizia (art. 44 D.P.R. 380/01) nonché dall’art. 734 del codice penale (Distruzione di bellezze naturali).
Impazzano anche le attività di bracconaggio, tassativamente vietate nel territorio dei parchi (Leggi 394/91, 157/92). «Il bracconaggio è una vera e propria emergenza nel nostro paese che le Autorità continuano a sottovalutare – dichiara Massimiliano Rocco, responsabile del Programma Specie del WWF Italia -. Dalle Alpi alla Sicilia i casi di animali appartenenti a specie protette e in via di estinzione sono migliaia ogni anno». L’esperto aggiunge che il bracconaggio è «una illegalità diffusa che impoverisce anno dopo anno il nostro paese e che è ora che le istituzioni contrastino seriamente con mezzi e strumenti adeguati».
E in vista della stagione estiva, quando il fenomeno si fa più dilagante, si spera quest’anno che possa allentare la morsa la piaga degli incendi boschivi. Nonostante le norme per contrastarlo (in particolare l. 353/2000) nel 2010 il fuoco – nella gran parte dei casi causato da dolo – ha portato a 4.884 roghi che hanno percorso una superficie di 46.537 ettari di cui 19.356 di bosco (dati Corpo forestale dello Stato). Tra le regioni più colpite restano Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna.
Numeri meno certi per i casi di alberi abbattuti illegamente e le violazioni alle normative ambientali sui rifiuti. Fatto sta che si tratta di reati che troppo spesso puntellano le cronache nostrane a danno dell’ambiente, anche dietro la longa manus della criminalità organizzata. Allora che fare per contrastare il dilagare di tali incresciosi fenomeni? Non è necessario immolarsi a moderno Robin Hood per allertare in caso di necessità l’Ente autonomo che gestisce ogni parco, le tante associazioni ambientaliste disseminate sul territorio, o per chiamare il numero verde 1515, attivo 24 ore su 24 e dedicato alle emergenze ambientali da segnalarsi al Corpo forestale dello Stato. Senza, naturalmente, dimenticare le piccole azioni di buon comportamento che ciascuno di noi è chiamato ad adottare di fronte a Madre Natura.
(Foto: Giovanna Lodato)





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