
Come si costruisce un Parco? Innanzitutto un Parco si costruisce identificandolo, a vista, sul territorio, con delle porte in coincidenza dei varchi d’ingresso e d’uscita all’intersezione della linea del perimetro limite sul territorio con le strade provinciali d’accesso.
Queste porte devono essere ben visibili ad occhio nudo. Immaginiamole costituite da due colonne areostile, nel rapporto 1 a 4, senza architrave, a sezione circolare, infisse nella terra su solidi plinti che evidenziano, con un toro inferiore, una scozia tra due listelli e un toro superiore, un profilo ed un disegno ionico-attico svettanti verso il cielo azzurro, poste sui due lati della strada, alte otto volte l’altezza di un uomo, con un diametro di quattro braccia, realizzate in rocchi sovrapposti di pietra lapidea grezza, cercata e cavata in loco, lavorate a mano, opache, bianche, cucite in altezza da un’anima quadrata di piombo fuso larga un palmo. Due colonne da abbracciare, sentirsele proprie, acquisendone una dimensione tattile, fisica, domestica, storica.
Superate le porte, poche ed identificabili, per sviluppare il senso di direzione, di passaggio, di orientamento e appartenenza al luogo, sarà facile immaginare e individuare percorsi da una porta all’altra che, come la storia ci consiglia, ogni porta avrà un nome. Vi indico alcuni per farvene immaginare altri: una porta verso Meridione, quella che apre all’entroterra bruno ed aspro potrebbe chiamarsi Porta della Terra; l’altra diametralmente opposta verso Settentrione potrebbe chiamarsi Porta del Mare perché apre al blu del Mare Adriatico. Queste porte indicano fisicamente lo spazio definito del Parco avvicinando la dimensione fisica a quella mentale. Creare questa definizione architettonica ed immaginaria del parco dà la possibilità a chiunque di immaginarsi all’interno tra percorsi, soste, luoghi specifici da visitare, periodi, stagioni particolari da vedere. Crea, in sintesi, quella dimensione umana tra l’io interiore e la natura, tra una quercia secolare e un bambino, tra un castello antichissimo e l’uomo contemporaneo.
Il parco attraverso le sue porte d’ingresso e d’uscita, sempre aperte, ma fortemente identificabili, assume una dimensione pubblica, civica, entro cui un uomo, un bambino, una coppia di ragazzi, una donna, una famiglia, un anziano si sente accolto come in una casa, una casa dove non ci sono pareti ma alberi, dove non c’è un soffitto ma un cielo stellato, dove non ci sono fonti luminose artificiali ma solo fonti luminose, naturali e mobili nel cielo: il sole e la luna.
Ecco, il parco diventa così, nostro, e sarà facile viverlo, percorrerlo, custodirlo, rispettarlo, proteggerlo. Diventa una cosa mentale, un luogo di cui difficilmente potremmo fare a meno perché, come accade nei primi giorni di calura estiva in cui istintivamente la nostra mente ci porta verso la costa, verso il mare, nei giorni di primavera, autunno e inverno il parco sarà il nostro luogo prediletto, fuori delle mura della nostra casa, sentendolo sempre più come un’estensione fisica e metafisica della nostra casa, diventando un prolungamento esterno, pubblico; il proprio giardino fuori della porta di casa.



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