Un libro che esige una lettura attenta perché denso di riflessioni e capace di accogliere contributi e suggestioni di ecologisti, architetti, sociologi, antropologi di tutto il mondo, nonostante le poche pagine che lo compongono (poco più di 70, cui vanno aggiunte una ventina dell’appendice che raccoglie alcuni documenti di indirizzo del Ministero dell’Ambiente sull’educazione ambientale e la tutela del paesaggio). Si presenta così Alfabeti ecologici, l’ultimo lavoro di Laura Marchetti edito da Progedit. Ed è un volumetto denso perché affronta il complesso tema della salvaguardia della natura con uno sguardo partecipe e affettuoso. La natura – questo il filo conduttore – non ci è nemica, quindi (ed è questo l’argomento del primo capitolo dell’opera), non va affrontata per dominarla, anzi bisogna lasciarsi “attraversare” da lei: e la scuola può svolgere un ruolo importantissimo facendo dell’educazione ambientale una forma di educazione trasversale a tutte le discipline, capace di far riscoprire il legame fortissimo della persona con la “terra madre”. Invece – sostiene la Marchetti dati alla mano – questo compito, tranne rare eccezioni nel passato – è sempre stato demandato ad organizzazioni esterne al mondo della scuola. Col risultato di ridurre la formazione dei cittadini del domani a un insieme di “buone pratiche” che non cambiano granché il modo di “vivere” l’ambiente.
Ma l’autrice – ecologista convinta della prima ora, sottosegretario all’Ambiente nel governo Prodi nel 2006 e tra i redattori del Documento italiano di indirizzo sulla tutela del paesaggio stilato dal Ministero dell’Ambiente, che recepisce la Convenzione europea sul paesaggio, dal mondo della scuola, palestra di una educazione al rispetto di ciò che ci circonda, si sposta all’analisi etno-antropologica del legame che da sempre tutte le civiltà hanno avuto con la natura. Esamina quindi la tipologia degli insediamenti urbani del passato antichissimo e, forte dei riscontri di studiosi del calibro di Lévi-Strauss, De Martino e altri, ne individua la simbologia (uno spazio incolto, un grande foro come un ombelico, ricollegano la città alla terra ). Così dal passato remoto si arriva al presente degli esperimenti positivi delle “cinture verdi”( le green belts) e al futuro delle città postmoderne e di quelle statunitensi in particolare, iperrealiste ma al tempo stesso artificiali perchè prive di passato e tradizione, perciò aperte ad accogliere la “finta natura”, di megaedifici ricchi di valori simbolici (il successo, il superamento della frontiera del “limite”) ma assolutamente poco funzionali. Così ci si sposta da città spettacolo come Las Vegas alle finte piste da sci a Dubai – ma anche al progetto di un megagrattacielo nel savonese fortunatamente bloccato, precisa la Marchetti – per cogliere l’assoluta innaturalità di interventi a firma delle archistar del momento.
Infine, una riflessione quasi dolorosa l’autrice la dedica alla perdita del senso di appartenenza (meglio sarebbe dire “di radicamento”) delle comunità. La corte delle vecchie case è stata sostituita dai centri commerciali, dai non luoghi (citando Marc Augé) dove si consuma il rito della macdonaldizzazione (per dirla con Latouche); i ragazzi non si incontrano più nelle piazze dei paesi ma si nascondono nelle stradine in periferia. Perchè?
E’ un libro, questo Alfabeti ecologici, da consigliare vivamente agli insegnanti, agli urbanisti, agli ingeneri, ma, forse ancor più, a tutti quelli che vogliono realizzare un futuro sostenibile e che sono disposti a meditarne e gustarne – come si fa con un buon vino da meditazione – ogni singola parola.
Laura Marchetti, Alfabeti ecologici – educazione ambientale e didattica del paesaggio, Progedit, 2012, pp. 108, 15 euro.


