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Il tesoro delle periferie

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di Marianna Pacucci

Nel dialogo intrigante – e talvolta problematico – fra urbanistica e scienze sociali, il tema delle periferie ha trovato varie modalità di riflessione, ma quasi sempre si è sottintesa una comune valutazione di partenza: l’espansione della città costituisce un’esigenza ineludibile, considerata la moltiplicazione e differenziazione delle funzioni dello spazio urbano, ma anche un fattore di disgregazione dell’identità culturale e dei flussi relazionali capaci di rappresentare il continuum  della convivenza sociale.

La periferia è stata pensata, in genere, come limite da rendere valicabile, ma non del tutto annullabile;   nel tempo, sempre più identificata come una sorta di discarica da riempire con i residui di una modernizzazione, che mentre illusoriamente mette ordine nello spazio urbano, di fatto immette nuove tensioni, nel tempo percepite e vissute come una realtà sempre meno controllabile e quindi patentemente o esplicitamente esplosiva.

vista panomarica della periferia barese

Vista panomarica della periferia barese

La contemporaneità segna, in questo percorso culturale composito e comunque caratterizzato sul piano culturale, un’interessante inversione di tendenza: la periferia, non più isolabile del tutto dal centro sia a livello delle percezioni culturali, che sul piano dell’esperienza quotidiana, è il luogo di una fecondità nascosta, perché crocevia della differenziazione e della pluralità dei vissuti individuali, del bisogno insopprimibile di radicamento e dell’altrettanto profonda  esigenza di innovazione dei criteri di orientamento ed espressione della socievolezza umana.

In bilico fra la condizione di non-luogo e l’aspirazione ad attribuire allo spazio una funzione concreta nella ricerca di senso del presente, la periferia diventa così, oggi, non più semplicemente il test che misura la capacità politica di gestire, armonizzare e rinnovare in modo sensato il rapporto fra pubblico e privato, ma il tesoro dal quale far emergere le attese e le invocazioni latenti delle singole persone e dei gruppi sociali, che possano rilanciare quella voglia di comunità che è alla base della costruzione dell’identità sociale e, soprattutto, il bisogno di futuro, spesso ridotto a esercizio di rassegnazione nei confronti del cambiamento e perciò bisognoso di una progettazione condivisa di una nuova qualità di vita.

Proprio perché dense di speranze e disperazioni, le periferie non possono più essere considerate  agglomerati informi di umanità. Esse accolgono trame minute di una quotidianità su cui viene tracciata una mobilità relazionale, intellettuale e territoriale che rende intelligibile la vita complessiva della città. Non meri contenitori di vite molecolari, ma giacimenti esistenziali che vanno rivitalizzati con la consapevolezza che la provvisorietà e l’incertezza possono generare importanti dinamismi di crescita della società, attraverso un investimento nella pedagogia della reciprocità, che non tocca soltanto le persone, ma anche le strutture organizzative e la stessa progettazione urbanistica.

Bari: quartiere S. Paolo

Bari: quartiere S. Paolo

 
 
 
Marianna Pacucci sociologa, si occupa in particolare di sociologia dell’educazione e dei processi culturali.
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  1. Bravi, bellissimo articolo!

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